Cos’è il Protocollo di Kyoto? Tutto quello che c’è da sapere

Il Protocollo di Kyoto è, a oggi, uno dei più importanti trattati internazionali sul tema della salvaguardia ambientale e del surriscaldamento globale: fu stilato, infatti, nel ‘97 quando ci si rese conto che le attività dell’uomo, specie nei Pesi più industrializzati, contribuivano in maniera non indifferente a far aumentare le conseguenze deleterie dell’effetto serra. Il trattato ebbe comunque un destino complesso, in parte legato alla sua stessa natura e alle sue stesse previsioni, tanto che la sua entrata in vigore avvenne solo nel 2005, a quasi dieci anni dalle prime discussioni in materia.

Tutte le previsioni del Protocollo di Kyoto

Per capire il vero portato del Protocollo di Kyoto e delle implicazioni politiche e sociali che pone in capo ai suoi firmatari, serve guardare alle previsioni dell’accordo internazionale firmato nell’omonima cittadina giapponese.

  • L’assunto di base era che gli aderenti al Protocollo si impegnassero a ridurre, tra il 2008 e il 2012, l’emissione di gas serra (quei gas come anidride carbonica, metano, ossido di azoto, eccetera che contribuiscono all’ispessimento dell’atmosfera terrestre) di almeno l’8,5% rispetto al volume di emissioni del 1985. Per i Paesi industrializzati, in particolare, fu fissata la soglia del 5% e l’obiettivo finale era ridurre le emissioni di anidride carbonica a 5850 mt annui rispetto alla media dei 6000.
  • Perché entrasse in vigore il trattato doveva essere ratificato da almeno 55 nazioni firmatarie, e queste dovevano essere responsabili di almeno il 55% del totale delle emissioni. Per questa ragione il Protocollo di Kyoto vige solo dal 2005: lo “sbarramento” è stato superato, infatti, dopo la ratifica da parte della Russia e a oggi i Paesi aderenti sono 175, responsabili di quasi il 62% delle emissioni di gas serra.
  • L’aspetto più interessante rimangono comunque i crediti di emissioni che sono previsti per i Paesi che hanno scelto di aderire al Protocollo di Kyoto: a seconda del loro status di nazioni industrializzate o emergenti permettono di realizzare progetti di tipo diverso, sempre in ambito ambientale e sostenibile e sono uno strumento ideale per la lotta al surriscaldamento globale.