baraqish copMissione archeologica italiana a Baraqish, antica città minea di Yathill, Yemen

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Anni di attività della missione: 2003-2009

Direttore responsabile della Missione: Alessandro de Maigret, archeologo

Sabina Antonini, archeologa
Alessio Agostini, filologo-archeologo
Vittoria Buffa, ceramologa
Francesco Fedele, antropologo
Romolo Loreto, archeologo
Mario Mascellani, topografo
Alessandra Paladino, restauratrice (pietra)
Saverio Scigliano, restauratore (monumenti)
Giuseppina Stelo, disegnatrice
Rosario Valentini, archeologo

Finanziamenti: IsIAO; Ministero degli Affari Esteri, Debt swap fund Yemen

Accordi: General Organization for Antiquities and Museums, Yemen; Maison de la Méditerranée, Aix-en-Provence, France

Presentazione attività

L’antica Yathill, nota oggi con il nome di Barâqish, fu, dopo la capitale Qarnâw (odierna Ma‘în, circa 20 km a nord di Barâqish), la città più importante del regno di Ma‘în. Il suo nome è menzionato da Strabone tra le città che il generale di Augusto, Elio Gallo, conquistò durante la sua spedizione nell’Arabia Felix (25-24 a.C.). Ma allora Yathill era già in declino. Passata, sembra, sotto il controllo degli Arabi nomadi, il suo periodo di opulenza e di splendore, cominciato probabilmente verso il VII-VI sec. a.C., era ormai giunto al suo termine.

L’eccellente stato di conservazione della sua cinta con 56 bastioni e la sua posizione maestosamente isolata nel deserto del Jawf fanno di questa città una delle meraviglie archeologiche non solo dello Yemen ma del Vicino Oriente tutto. Ai piedi delle sue mura sostavano le migliaia di cammelli delle carovaniere che portavano in Siria e in Egitto i preziosi aromi e le spezie caricati nei porti dell’Oceano Indiano. Yathill, dopo Shabwa, Tamna‘ e Mârib (rispettive capitali dei regni di Hadramawt, Qatabân e Saba) era l’ultima importante tappa yemenita, prima che la “via dell’incenso” si avventurasse nel suo lungo e periglioso cammino verso nord (65 tappe da Tamna‘ a Gaza, secondo Plinio il Vecchio).

Gli scavi della Missione Archeologica Italiana, patrocinata dall’IsIAO di Roma e diretta da Alessandro de Maigret e inaugurati nel 1989, sono tuttora in corso. Essi hanno messo in luce due bellissimi templi ipostili nella zona meridionale della città (tempio di Nakrah e tempio di ‘Athtar) e una piccola necropoli all’esterno delle mura. Due sondaggi stratigrafici hanno permesso di stabilire le successioni occupazionali e la cronologia del sito. Un piccolo museo è stato recentemente costruito dalla Missione ai piedi della città.

Il tempio di Nakrah

Questo tempio mineo, completamente messo in luce in due campagne (1990-1992) ed interamente restaurato (2003-2004), era dedicato a Nakrah, il dio patrono della città. Si tratta di un parallelepipedo chiuso, conservato sino alla sua copertura (m 12×11x6), eseguito in bellissimi blocchi calcarei squadrati e rifiniti con una decorazione a pannello bocciardato incorniciato a liscio. La pianta interna è divisa in cinque navate da quattro file di tre pilastri monolitici, alti più di 4 m, che conducono a cinque piccole celle rilevate disposte sul fondo. Nelle navate laterali sono ricavati tre “cenacoli”, accentrati su grandi mense monolitiche decorate con teste di stambecchi. La costruzione è preceduta da un prostilo d’entrata con quattro pilastri maggiori, alti m 5,60. Lo stilobate è inglobato in un ampio avancorpo che, attraverso una pedana gradinata su tre lati e un piano più alto terrazzato ai lati del prostilo, conferisce una maestosa monumentalità all’accesso templare. Una porta secondaria, situata sul lato occidentale dell’edificio conduce ad un annesso laterale articolato su due piani (la cosiddetta “sacrestia”). Una piccola porta nelle mura consentiva la comunicazione tra la zona del tempio e l’esterno della città. È questo l’unico accesso secondario sinora trovato nelle mura di Baraqish.

Il tempio di Nakrah fu soggetto a varie fasi ricostruttive, ma restò in uso continuativamente dal VII sec. a.C. al I sec. d.C., quando venne depredato ed in parte distrutto da tribù nomadi provenienti dal vicino deserto del Ramlat as-Sab‘atayn.

Dalla sacrestia provengono alcune testine umane in gesso, numerosi frammenti di vasi cultuali con decorazioni plastiche, iscrizioni ed abbondante ceramica.  Gli scavi hanno restituito una settantina circa di iscrizioni, che ci danno le prime, importantissime informazioni dirette non solo sulle divinità e la dinastia regale minea, ma anche sulla lingua e, indirettamente, sui costumi, le leggi ed il pensiero religioso dei Minei, una popolazione sinora più nota dal Mondo Classico che dalla documentazione archeologica.

Il tempio di ‘Athtar dhû-Qabd

Questo secondo tempio, che, come dicono le iscrizioni, era dedicato alla divinità suprema minea ‘Athtar dhû-Qabd, si trova subito a nord del tempio di Nakrah. Gli scavi, iniziati nel 2004 ed ancora in corso (cui hanno partecipato anche R. Loreto e A. Agostini), hanno messo in luce una struttura ipostila simile a quella del primo tempio, la cui pianta, però, è quasi quadrata (lato di m 13). All’interno la sala è divisa ancora in cinque navate da quattro file di tre pilastri alti m. 5,50. La navata centrale è leggermente ribassata rispetto a quelle laterali. In queste si dispongono trasversalmente quattro grandi tavole offertorie monolitiche, decorate sulla fronte da file di stambecchi recumbenti e da iscrizioni. Tali sedili costituivano, con le tavole, quattro “cenacoli” nei quali si celebravano particolari riti di offerta, non dissimili da quelli che avvenivano nel tempio di Nakrah. I muri che delimitano la sala sono costruiti con blocchi perfettamente squadrati e connessi, recanti ciascuno la tipica decorazione puntinata incorniciata a liscio. La sala termina, in fondo, con una cella centrale, in cui sono i resti di un podio per sorreggere i simboli divini, fiancheggiata da due larghi ambienti (verosimilmente sacrestie), nei quali si entrava da porte incorniciate da listelli modanati.

L’entrata alla sala ipostila avveniva attraverso un portale fiancheggiato da due imponenti stipiti, profilati all’interno per la porta in legno (rinvenuta in parte sul pavimento), e in alto per l’architravatura, della quale resta solo una spessa lastra squadrata montata in verticale.  Dalla soglia, costituita da un gigantesco blocco in calcare, che sostiene anche gli stipiti, si scende lungo una scala di cinque gradini fino a raggiungere il piano interno della sala ipostila. Il fatto che questo piano sia circa un metro più in basso di quello di accesso è singolare nell’architettura cultuale dello Yemen pre-islamico e la spiegazione è che questo tempio era articolato su due piani. Oltre che nel ribassamento del pavimento della sala, prova ne è una seconda scala che, a destra della prima, saliva al piano superiore. Di questo secondo livello non resta nulla e, quindi, non possiamo sapere quanto fosse complessivamente alto l’edificio. Un tempio a due piani, assai simile a questo, ma più grande, è stato rinvenuto a Yeha in Etiopia, e riguarda il periodo in cui i Sudarabici stabilirono là un emporio commerciale (VIII-V sec. a.C.).

L’apparato di entrata al tempio consiste in un’ampia gradinata (larga m 5.50) che conduce ad una terrazza lastricata (larga m 12,80), sulla quale poggiano sei grandi plinti monolitici che, sostenendo sei pilastri alti m 6,30, formano il prostilo d’entrata al tempio. Due aree soprelevate e quadrate, di m 3 di lato, fiancheggiano il prostilo. Tutto questo avancorpo d’entrata – compresa la scala – è contenuto da un muro in bei blocchi squadrati e decorati che si raccorda ai muri laterali del tempio.

Alcune iscrizioni, lunghe e complete, sono state rinvenute incise nelle pareti interne della sala ipostila. Queste, insieme a numerose altre trovate nei blocchi di crollo, offriranno certo un notevole contributo per ricostruire la storia dei Minei. Il loro studio è stato affidato a Christian Robin (Collège de France).

A parte le epigrafi e la numerosa ceramica, dallo scavo non provengono oggetti di particolare valore. Ciò va imputato, quasi certamente, al drastico saccheggio che il tempio dovette subire subito prima della sua distruzione nel I sec. d.C.

La necropoli minea

Scavata nel 2005-2006 da Sabina Antonini, questa piccola necropoli, che si trova circa 200 m a O della porta urbica di Barâqish, è importante perché rappresenta la prima necropoli minea sinora messa in luce e perché nelle sue tombe si sono trovate – finalmente in situ – le famose stele funerarie con le effigi ed i nomi dei defunti, molto comuni nel mercato antiquario, ma sempre prive di ogni cenno di provenienza.

La fattura piuttosto modesta e la tipologia delle tombe a fossa, che si discostano da quelle delle altre grandi città carovaniere come Tamna‘ e Mârib, dimostrano che all’epoca Yathill era frequentata da due comunità, una, autoctona e sedentaria, che viveva all’interno della cinta muraria (e la cui necropoli è ancora da localizzare), e una di nomadi carovanieri che risiedeva stagionalmente al di fuori delle mura, ossia i destinatari delle sepolture da noi indagate. L’ipotesi appare confermata dallo studio dell’onomastica (Alessio Agostini) che ha confermato sia la complessità etnica della città minea che la collocazione cronologica rivelata dai dati archeologici (secoli I-II d.C.).

Alessandro de Maigret

Produzione bibliografica

Antonini, S. & A. Agostini (2010) A  Minaean  Necropolis  at  Barâqish (Jawf, Republic of Yemen). Preliminary Report of the 2005-2006 Archaeological Campaigns. Reports and Memoirs, New Series, IX. IsIAO. Rome.
de Maigret, A. (1991a) Gli scavi della Missione Archeologica nella città minea di Barâqish. Conferenze, 3. IsMEO. Roma.
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de Maigret, A. (1993) La seconda campagna di scavi della missione Archeologica italiana a Barâqish (Yemen 1992). Conferenze, 6. IsMEO. Roma.
A. de Maigret & Ch.J. Robin (1993) Le temple de Nakrah à Yathill (aujourd’hui Barâqish), Yémen. Résultats des deux premières campagnes de fouilles de la Mission italienne. Académie des Inscriptions et Belles-Lettres, Comptes rendus des séances 1993, pp. 427-96.
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de Maigret, A. (2008) The Excavations of the Italian Archaeological Mission at Barâqish (Republic of Yemen). In B. Genito, ed., Newsletter Archeologia (Università degli Studi di Napoli « L’Orientale », CISA), n. 0, pp. 50-90. (www.unior.it/index2.php?content_id=3632&content_id_start=1).
de Maigret, A. (forthcoming) A ‘Sabaean’ Stratigraphy from Barâqish. Arabia, 4.
Fedele, F.G. (2008) Barâqish, Over-wall Excavations 2005-2006: Stratigraphy, Environment and Economy of the Sabaean-Islamic Sequence. Arabia, 4.

Risorse elettroniche

Yemen