pakistan copertina ridottaMissione Archeologica Italiana dell’IsIAO nella valle dello Swat, Pakistan

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Ricostruzione della storia e dell’ambiente della valle dello Swat dal periodo protostorico a quello islamico

Anno di inizio della missione: 1956

Direttore responsabile della Missione: Pierfrancesco Callieri, archeologo
Co-direttore: Luca Maria Olivieri, archeologo

Alessandra Bagnera, archeologa
Luca Colliva, archeologo
Lorenzo Costantini, paleobotanico
Matteo De Chiara, linguista
Claudio Faccena, geologo
Anna Filigenzi, archeologa e storica dell’arte
Gabriella Manna, archeologa
Roberto Micheli, archeologo
Emanuele Morigi, topografo
Claudia Primangeli, fotografa
Danilo Rosati, disegnatore
Ilaria Elisea Scerrato, antropologa
Massimo Vidale, archeologo

Finanziamenti: IsIAO; Ministero degli Affari Esteri, DGPCC Uff. V

Accordi: Department of Archaeology and Museums, Govt. of Pakistan

Programma attività 2009

A causa della situazione dell’area, che non garantisce le sufficienti condizioni di sicurezza personale per il lavoro sul campo, non si prevede di poter svolgere attività di ricerca. Tuttavia, attraverso lo staff locale ben addestrato, si prevede di svolgere le seguenti attività di primaria urgenza: restauro conservativo delle aree archeologiche di Barikot; restauro conservativo e copertura parziale delle strutture del sito della moschea di Udegram; lavori di sistemazione e pulizia della collezione ceramica conservata presso la residenza della Missione.

Presentazione attività

Lo Swat, l’Uddiyana delle fonti sanscrite, è una valle della regione montuosa a nord della pianura di Peshawar e ai piedi dell’arco montuoso che congiunge l’Hindu Kush con il Karakorum. Conquistata da Alessandro Magno nel 327 a.C. e nei secoli seguenti dai re indo-greci, saka, parti, kushana, sasanidi ed eftaliti, fu una regione prospera e centro fiorente di commerci a causa della sua posizione geografica tra la pianura gandharica e le montagne delle aree settentrionali rivolte verso l’Asia Centrale. Inoltre, sede di numerosissimi monasteri buddisti fu una tappa importante del cammino ai luoghi santi del buddhismo per i pellegrini cinesi così da diventare un luogo di transito non solo di merci ma anche di idee. Tale ruolo perdurò anche dopo la decadenza economica verificatasi tra la fine del VI e gli inizi del VII sec. d.C. Fu da questa regione che nell’VIII secolo si mosse Padmasambhava, l’animatore del buddhismo tibetano, ed è proprio sulla suggestione di quelle stesse notizie che i testi tibetani davano di questa “terra santa” del buddhismo che Giuseppe Tucci nel 1955 giunse nella valle dello Swat.

LA MISSIONE ARCHEOLOGICA ITALIANA DELL’IsMEO-IsIAO IN PAKISTAN

L’attività della Missione Archeologica dell’IsIAO (ex-IsMEO) in Pakistan si è svolta nello Swat con continuità a partire dal 1956, sotto la guida di Domenico Faccenna (1956-1995), Maurizio Taddei (1995-2000), Pierfrancesco Callieri (2000- ) e Luca Maria Olivieri (codirettore dal 2009).

Le linee fondamentali del lavoro furono indirizzate alla ricostruzione della vita e dell’ambiente dello Swat e delle aree limitrofe, dalle tracce più antiche fino ai giorni nostri. Con una lungimiranza che anticipava l’odierna prassi comune, la prospettiva che D. Faccenna impresse alla Missione oltrepassava l’ambito storico-archeologico e diveniva antropologica e ambientale, senza trascurare alcun aspetto, compreso quello della conservazione e del restauro. La collaborazione tra archeologi, storici, filologi, paleobotanici, geologi, geofisici, archeozoologi, antropologi, restauratori ed architetti, oggi oggi pratica consolidata, ha caratterizzato l’attività della Missione sin dai suoi inizi, come elemento essenziale della metodologia di indagine che ha permesso, unitamente alla mole di pubblicazioni, un’eccellenza riconosciuta da tutta la comunità scientifica.

Il lavoro eseguito è stato possibile grazie alla sincera e profonda collaborazione con il Department of Archaeology and Museums, Government of Pakistan, che ha sempre accordato alla Missione fiducia e supporto: a questa Istituzione va la gratitudine dell’IsIAO e della Missione.

Le aree sacre buddhiste
Gli scavi della Missione dell’IsMEO, avviati nel 1956 nell’area sacra buddhista di Butkara I, si concentrarono presto sullo studio dell’architettura e dell’arte buddhista. Allo scavo di Butkara I fecero seguito dopo il 1962 quelli nei santuari di Saidu Sharif I e Panr I, con ulteriori ricchissimi rinvenimenti di sculture appartenenti alla cosiddetta arte del Gandhara.

Furono questi tra i primi santuari buddhisti della regione gandharica a essere indagati su basi metodologiche scientifiche, fornendo un contributo fondamentale alla conoscenza dell’evoluzione architettonica e artistica della regione. All’interno di ogni singolo complesso scavato, grazie alla metodologia stratigrafica d’indagine, è stato possibile tracciare un quadro sicuro dell’evoluzione tipologica dei monumenti stessi e della planimetria, per la prima volta nella storia degli studi della regione legati ad una serie di dati oggettivi di scavo e non a deduzioni a posteriori.

L’architettura buddhista
Lo scavo dei monumenti sacri dei santuari buddhisti di Butkara I, Panr I e Saidu Sharif I, da un lato, e lo studio dei numerosi monumenti in rovina ancora visibili nella valle, dall’altro, ciascuno con le sue caratteristiche, hanno fornito una messe ragguardevole di informazioni sulla tecnica costruttiva e sulla struttura dei monumenti medesimi.

L’orizzonte delle nostre conoscenze si è notevolmente allargato per quanto riguarda, ad esempio, la parte superiore dei grandi stupa: la “cupola” piena (anda) con la serie di dischi, i sostegni, gli spaziatori tra disco e disco, la struttura dei dischi composta di più elementi connessi tra loro. Inoltre, si è approfondita la conoscenza di alcune classi di monumenti, quali la colonna isolata (stambha), il pilastro, la cappella (vihara) e lo pseudo-vihara, quest’ultimo monumento con base quadrata, corpo anch’esso quadrato e “cupola” piena a quattro spioventi.

La scultura buddhista
Un altro risultato importante è stato lo studio del materiale scultoreo proveniente dagli scavi, appartenente a quella che è stata definita come l’arte “greco-buddhista del Gandhara”. In particolare la grande abbondanza di sculture rinvenute a Butkara I ha permesso uno studio completo, grazie alla fondamentale caratteristica di appartenenza ad un unico centro artistico. Tutti i pezzi sono stati studiati singolarmente e, mediante un’analisi degli elementi iconografici e stilistici dei soggetti raffigurati, sono stati riuniti per serie; le serie, a loro volta, sono state riunite per gruppi: definiti, questi, “disegnativo”, “naturalistico”, “stereometrico”. Pur con differenze che possono essere colte in ogni serie, ciascun gruppo ha un suo proprio modo di distribuire le figure nel campo e un suo proprio sistema di inserimento di scene figurate nel riquadro architettonico del rilievo.

Il Buddha sulla roccia
Negli ultimi venti anni, la Missione si è dedicata alla ricognizione sistematica di alcuni particolari manufatti, con una specifica attenzione alle sculture rupestri. Questa produzione artistica, diffusa su ampia scala, fiorì nello Swat (e con minor estensione nelle aree adiacenti) durante il VII-VIII sec. d.C. e presenta quasi esclusivamente soggetti buddhisti, fatte poche eccezioni come ad esempio le rappresentazioni di Surya, Ganesha e Shiva. L’interpretazione di questi soggetti iconografici, già proposta alcuni anni fa sulla base di limitati elementi, è stata recentemente confermata da nuove scoperte. Sebbene il linguaggio formale di questi rilievi appartenga alla tradizione locale, essi appartengono ad un differente orizzonte culturale. L’interpretazione più recente suggerisce una profonda connessione con la presenza nella regione di una dinastia di sovrani turchi (Turki Shahi) e con la loro ideologia regale.

Un progetto di ricerca sulle sculture rupestri fu avviato molti anni fa dietro suggerimento di Domenico Faccenna, che insistentemente proponeva un ordinamento sistematico delle informazioni raccolte sporadicamente negli anni che seguirono la prima ricognizione svolta da Tucci nel 1956. Solitamente scolpite su pareti rocciose così come su stele isolate con uno stile semplice ma efficace, queste sculture rappresentano l’ultima espressione artistica del buddhismo nello Swat. Sono stati individuati all’incirca 200 rilievi e stele.

Il corpus informatizzato delle sculture del Gandhara
Parallelamente allo studio finalizzato alla pubblicazione dei manufatti provenienti dagli scavi delle aree sacre e degli altri siti archeologici, grazie all’iniziativa di Domenico Faccenna, negli anni ’90 la Missione si è fatta promotrice di un progetto per la costituzione di un Corpus informatizzato delle sculture del Gandhara, in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il lavoro di studio e schedatura informatizzata delle sculture del Gandhara, diretto da Anna Filigenzi, costituisce una delle priorità della Missione, al fine di rendere finalmente accessibile in modo esauriente il grande patrimonio di conoscenze sin qui acquisito (vd. anche la pubblicazione Repertorio terminologico per la schedatura delle sculture dell’arte gandharica / Repertory of terms for cataloguing Gandharan sculptures).

L’architettura secolare
Un ruolo importante sin dai primi passi della attività della Missione ha avuto lo studio dei centri urbani coevi alle aree sacre buddhiste, necessario per porre la fioritura artistica ed architettonica in un corretto contesto storico e sociale.

Per questi ultimi è necessario ricordare le prime attività di scavo negli abitati di Udegram (“Bazar” e “Castello”) e Gogdara, condotte tra il 1956 ed il 1961 sotto la guida di Giorgio Gullini, e quelle negli abitati di Barama e Butkara I, condotte tra il 1956 ed il 1962 sotto la guida di Domenico Faccenna, che hanno aperto lo studio dell’evoluzione urbana; il tema in tempi più recenti è stato ripreso con lo scavo nell’abitato di Barikot.

Le piante di strade ed abitazioni da un lato e le diverse tecniche murarie dall’altro sono i due elementi che nel continuo processo di distruzione e ricostruzione degli abitati hanno permesso di individuare e collegare le diverse fasi, all’interno di una stratigrafia che si presenta sempre estremamente complessa ed articolata, in una sostanziale continuità legata all’ambiente geografico di ogni sito.

Un altro settore dell’architettura secolare che è stato indagato a partire dal 1989 sotto la guida di Luca M. Olivieri è quello dei centri fortificati di epoca tardo-antica e medievale che costellano le alture del tratto meridionale della valle dello Swat, e che suggeriscono l’esistenza di un vero e proprio sistema difensivo ben articolato, basato su alcune tipologie architettoniche particolari quali le “case-torri” ed i forti.

L’abitato di Barikot
Il tema degli abitati di epoca storica pre-islamica è stato quello che ha visto il maggiore impegno negli ultimi venti anni, con gli scavi nel centro di Barikot (Bir-kot-ghwandai), resi necessari dall’urgenza di fornire alle istituzioni preposte elementi per una protezione permanente del sito, esposto al rischio di venire cancellato dall’espansione edilizia del vicino abitato. Gli scavi condotti tra il 1984 e il 1992 sotto la direzione di Pierfrancesco Callieri e completati da una campagna di rilevamento topografico di tutta l’area del colle e del pianoro assieme a uno studio delle strutture affioranti, hanno confermato l’importanza del sito di età storica, identificato da Sir Aurel Stein e Giuseppe Tucci con l’antica città di Bazira ricordata dagli storici di Alessandro, conquistata dal Macedone nel 327 a.C.

Oltre alle ricche sequenze stratigrafiche in quattro diverse aree dell’abitato, che dal II sec. a.C. giungono sino al IV-V sec. d.C., continuando nell’area sul pendio e sul colle sino al periodo islamico (XIII-XIV sec. d.C.), sono stati individuati resti architettonici ben conservati; tra questi, nell’area pianeggiante tratti del lato sud e del lato ovest del muro di cinta della città di epoca storica (II sec. a.C.) e, all’interno di questo, un’area dell’insediamento comprendente due unità abitative (IV-V sec. d.C.) e una piccola area cultuale buddhista (fine II-V sec. d.C.).

Il colle di Barikot
A partire dal 1998 l’indagine a Barikot si è estesa al colle, che protegge con la sua forma a mezzaluna l’area della città antica, costituendone la difesa sul lato nord. I materiali più antichi rinvenuti risalgono al II millennio a.C. anche se le prime strutture conservate sono pertinenti al I-II sec. d.C. Il fatto che le due terrazze naturali sulla sommità del colle costituissero l’Acropoli della città indo-greca sembra attestato da tracce di una possente struttura muraria, spogliata per costruire le strutture successive, probabilmente corrispondente ad un tratto del muro di cinta. L’utilizzazione più spettacolare si verifica intorno al VII sec. d.C., quando la terrazza orientale viene ampliata con un alto muro di sostruzione per la costruzione di un monumentale complesso sacro che dominava la valle.

Dell’Edificio Sacro posto al centro della terrazza si conserva l’imponente basamento di pianta rettangolare (25 x 12,5 m) con scalinata d’accesso sul lato est, decorato da lesene rivestite da intonaco e stucchi a rilievo, sul quale sorgeva in origine la cella. Nei resti strutturali del crollo sono state rinvenute ulteriori testimonianze della restante decorazione figurata in stucco, come anche frammenti dell’immagine di culto in marmo, inquadrabili dal punto di vista stilistico nell’arte del periodo Shahi (VII-XI sec. d.C.) ed assegnabili ad un culto brahmanico. Dopo un rovinoso crollo imputabile ad un terremoto, l’area viene occupata dai nuovi signori che conquistarono lo Swat nell’XI secolo al seguito di Mahmud di Ghazna.

La prosecuzione degli scavi a Barikot si rende ora necessaria, oltre che per i grandi risultati scientifici ottenuti, anche al fine di salvaguardare il futuro del sito. La realizzazione di un “parco archeologico” entro cui fornire un’adeguata musealizzazione delle strutture portate alla luce rappresenta evidentemente la formula migliore di conservazione e valorizzazione del sito.

La Carta Archeologica della valle dello Swat (AMSV)
La Carta Archeologica è un progetto finalizzato alla creazione di un Sistema Informativo Geografico (GIS) per l’acquisizione dei nuovi dati, per l’archiviazione e l’organizzazione delle numerose scoperte effettuate, anche in maniera non sistematica, durante 50 anni di ricerca.

La prima fase del progetto è iniziata nel 2000 con la ricognizione della valle del Kandak e del basso Kotah, nel 2004 con l’esplorazione dell’alto Kandak, del medio Kotah e della valle di Najigram. Infine, nel 2005 e nel 2006 sono state completate le valli dell’alto Kotah e del Karakar, come pure si è iniziata la seconda fase con la ricognizione della valle del Saidu. Durante le prime ricognizioni sono stati documentati complessivamente circa 300 nuovi siti su un’area di circa 200 km2. La ricognizione ha portato alla scoperta di nuove ed importanti aree sacre buddhiste, così come di diversi siti preistorici, protostorici e storici, di natura secolare o religiosa. In particolare sono stati scoperti più di 100 siti rupestri con incisioni e coppelle, assieme a 43 ripari con pitture.

A causa dell’instabilità politica dell’area la ricognizione dal 2007 è stata interrotta.

Incisioni su roccia e coppelle
Su una parete rocciosa presso il moderno villaggio di Gogdara Tucci scoprì nel 1956 un importante monumento di arte rupestre. Solo alcune incisioni apparivano inizialmente sulla parete rocciosa, parzialmente ricoperta da un deposito di sedimenti. In seguito allo scavo del sedimento riemerse un cospicuo numero di raffigurazioni databili in un arco cronologico che si estende a partire dall’età del Bronzo fino all’inizio dell’età storica (XVI-IV a.C.). Ritocchi e sovrapposizioni mettono in evidenza due principali fasi di incisioni: una comprende isolate figure di animali selvatici, l’altra carri, mandrie di cavalli e stendardi. Le due fasi sono stilisticamente differenti: le grandi figure di animali sono spesso bi-triangolari, mentre le altre immagini sono lineari e schematiche. Per molto tempo Gogdara I fu considerato un caso isolato nello Swat, primo esempio di una tradizione scultorea che avrebbe raggiunto il suo apice con l’arte rupestre del tardo Buddhismo.

Dopo una decina di anni di nuove e intensive ricerche, Gogdara I, sebbene rappresenti un sito chiave per l’arte rupestre dello Swat, è divenuto parte di un ben più vasto orizzonte. Maggiori informazioni sulle dinamiche sociali della protostoria sono in parte deducibili dalle raffigurazioni artistiche rupestri rinvenute nella valle del Kandak e del Kotah. Queste tradizioni grafiche o artistiche (e almeno in parte rituali) sono state attestate a partire dall’età del Bronzo e sono sopravvissute alle influenze del Buddhismo, con un declino attestato solo a partire dalla tarda età storica.

Inoltre, “permutazioni” di file di punti (o coppelle) si trovano comunemente sui massi di gneiss. Queste misteriose realizzazioni si trovano attorno ai siti, alla basi o alle sommità dei ripari (questo lascia pensare ad una valenza rituale, ad esempio per contenere liquidi, o per la preparazione dell’ocra), ma anche su rocce isolate in posizione di possesso visuale. Le prime coppelle databili sono quelle incise sulla superficie sulle lastre tombali dell’età del Ferro.

Oltre a questi artefatti rupestri, nelle stesse valli, sono state documentati decine di palmenti cavati nella roccia, usati probabilmente in età tardo-antica e medievale per la produzione del vino. In quest’epoca lo Swat condivideva infatti con altre aree del Grande Kafiristan (tra Lamghan, Chitral e Gilgit) cultura e costumi riferibili ad un orizzonte dardico-kafiro.

La “Cultura dei Ripari Dipinti” (c. 1700 a.C.-1400 d.C.)
I ripari dipinti si trovano generalmente all’interno di grandi massi di gneiss metamorfosati dall’azione glaciale, situati in luoghi di difficile accesso ma visibili anche da grandi distanze. L’interno dei ripari è a malapena sufficiente per ospitare 1-3 persone. Le figure sono dipinte in ocra rossa, le più recenti in ocra arancione, mentre più rare sono le figure in bianco e giallo. I ripari dipinti più antichi sembrano essere quelli di Sargah-sar e Kakai-kandao, i quali mostrano composizioni simbolico-figurative di un’elevata complessità sintattica. La loro elaborata struttura suggerisce l’appartenenza a genti in possesso di un vasto patrimonio mitopoietico orale, che dialogavano con culture dotate di una tradizione scritta.

In generale la “Cultura dei Ripari Dipinti” inizia con l’età del Bronzo (ante 1400 a.C.), con rappresentazioni di culti agricoli e rari animali selvatici. Nell’età del Ferro (1400-300 a.C.) si ha una fase di raffigurazioni legate a icone pastorali e guerriere e al cavallo, collegabile con la fase archeologica delle grandi necropoli. Durante la fase di dominio culturale buddhista (100-500 d.C.) abbiamo qui la testimonianza di una collisione ideologica col proliferare di simboli antagonisti al Buddhismo. Lungo tutte queste fasi sono ricorrenti le rocce a coppelle. Nella fase più recente, soprattutto sui crinali verso Malakand, i ripari mostrano una fase di transizione verso una cultura sempre più intrisa di simbologie tipiche dell’Induismo, fino ad arrivare alle grandi scene di battaglia di epoca medievale.

Arte e tradizione del legno nella valle dello Swat: la ricerca etnografica
Lo studio dei materiali lignei tradizionali promosso dalla Missione ha condotto ad una verifica della attività artigianale oggi presente nella valle. La ricognizione delle botteghe artigiane attuata nel 2003 si è poi ampliata ad uno studio sistematico dei laboratori attivi nei villaggi dello Swat. Il profondo legame tra questo artigianato ed il passato culturale della regione, la persistenza dei materiali e delle tecniche usate, l’importanza del ruolo che ancora oggi riveste l’artigiano all’interno della economia e della società, sono tutti elementi che rendono questa attività produttiva un buon punto di osservazione per approfondire la conoscenza del contesto socio-culturale dello Swat. D’altro canto, la ricerca etnografica della Missione si propone di contribuire alla conservazione ed al recupero sostenibile del ricco patrimonio architettonico e di un altro patrimonio, intangibile ma altrettanto importante, fatto di saperi, arti e tecniche tramandate di generazione in generazione.

Luca Maria Olivieri

Produzione bibliografica

Della bibliografia prodotta dalla Missione è qui presentata una sintesi composta da tutte le monografie e gli articoli a partire dal 2007. La bibliografia sino al 2006 è consultabile in formato .PDF .

Monografie

5000 anni d’arte in Pakistan. Roma 1960.
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Tutela e valorizzazione del patrimonio artistico di Roma e del Lazio (VII Settimana dei Musei). Roma 1964.

Articoli dal 2007

Callieri, P. (2008) Die archäologischen Grundlagen. In M. Jansen & C. Luczanits, eds., Gandhara. Das buddistsche Erbe Pakistans. Legenden, Klöster und Paradiese, pp.  58-63. Mainz.
Callieri, P., S. Lorusso, L. Colliva & C. Matteucci (2008) Indagini tecnico-diagnostiche su alcuni manufatti metallici provenienti dagli scavi dell’IsIAO nel sito di Barikot (Swat, Pakistan). Conservation Science in Cultural Heritage, 8, 8, pp. 111-46.
Cimbolli Spagnesi, P. (forthcoming) Buddhist Architectures of the Ancient Gandhara: Landscapes and Sacred Areas, Building Tecniques. Quaderni dell’Istituto di Storia dell’Architettura.
Colliva, L. (2007) The Apsidal Temple of Taxila. Traditional Hypotheses and New Possible Interpretations. In A. Hardy, ed., The Temple in South Asia, pp. 21-27. London.
Faccenna, D. (2007a) Columns at Dharmarajika (Taxila). East and West, 57, 1-4, pp. 127-73.
Faccenna, D. (2007b) The Artistic Centers of Butkara I and Saidu Sharif I in the Pre-Kushan Period. In D.M. Srinivasan, ed., On the Cusp of an Era: Art in the Pre-Kushan World, pp. 165-99. Brill’s Inner Asian Library, 18. Leiden-Boston.
Faccenna, D. & R. Salomon (2007) The Sacred Area of Butkara I, Stupa No. 27: Location Letters and Marks. East and West, 57, 1-4, pp. 113-26.
Filigenzi, A. (2007a) L’arte del Gandhara. In A. Invernizzi and V. Messina, eds., Sulla Via di Alessandro. Da Seleucia al Gandhara (Catalogue of the exhibition, Torino 2007), pp. 229-37. Milano.
Filigenzi, A. (2007b) L’area sacra di Butkara I. In A. Invernizzi & V. Messina, eds., Sulla Via di Alessandro. Da Seleucia al Gandhara (Catalogue of the exhibition, Torino 2007), pp. 239-44. Milano.
Filigenzi, A. (2007c) Mohenjo Daro. In G.M. Della Fina, ed., Capire l’Archeologia, pp. 218-21. Roma.
Filigenzi, A. (2008) Buddhist Art in Its Social Context (Catalogue of the exhibition Gandhara, the Buddhist Heritage of Pakistan: Legends, Monasteries and Paradises, Bonn), pp. 298-301. Mainz.
Filigenzi, A. (2008) Sculptures from Swat (Catalogue of the exhibition Gandhara, the Buddhist Heritage of Pakistan: Legends, Monasteries and Paradises, Bonn), pp. 197-99. Mainz 2008.
Filigenzi, A. (forthcoming) The Buddhist Rock Sculpture of Swat. Evidence from the Latest Phase of Buddhism in Ancient Uddiyāna. In Chongfeng Li, ed., Gandhara and China (in Chinese. Provisional title) (Paper presented at the international symposium In the shadow of the mountains. Rock art between the Upper Indus region and Swat, Heidelberg Academy for the Humanities and Sciences, April 26th – 27th 2007.
Filigenzi, A. (accepted for publication a) Buddhism and Hellenism in the archaeological perspective: The works of the Italian Archaeological Mission in Pakistan (paper presented at the Nineteenth International Conference of the European Association of South Asian Archaeologists, Ravenna 2-6 July 2007).
Filigenzi, A. (accepted for publication b) Le vie dello Swat: Visual and Written Traces of the Buddhist Pilgrimage Route from Tibet to Ancient Uddiyana. Paper presented at the Workshop Mapping different geographies. Puchberg, 11th-15th February 2009.
Filigenzi, A. (accepted for publication c) The Shahi Period: Archaeological and Art Historical Evidence from North West Pakistan. Paper presented at the workshop Afghanistan Meeting 2008: Reconsidering Material and Literary Sources on the 6th to the 9th century. Kyoto 1st-3rd October 2008.
Filigenzi, A. (accepted for publication d) Migration, diffusion, localization: The common roots of late Buddhist art in Afghanistan/Pakistan and early Buddhist art in the Himalayan countries. Paper presented at the symposium From Thangkas to Pokemon Buddha. A journey through Tibetan Painting. Naples Universy “L’Orientale”. Naples 3rd March 2009.
Filigenzi, A. (in preparation) Reinvented landscapes. Art, faith and trade routes in and around Uddiyana in the 7th-8th century CE. Paper presented at the Conference Cultural Flows across the Western Himalaya. Shimla, 15th -18th April 2009.
Micheli, R. (2007) Ancient Earplugs from the Bir-kot Hilltop: A Neglected Class of Ornaments from Swat, Northern Pakistan. East and West, 57, 1-4, pp. 101-12.
Olivieri, L.M. (2007a) ‘Scale Armour’ from Bir-kot-ghwandai and Correlated Finds. Clues for a Tentative Historical Reassesment. Gandharan Studies, 1, pp. 23-43.
Olivieri, L.M. (2007b) Le valli delle Meraviglie. Swat, Pakistan del Nord. Stromata e-review. http://www.giuseppetucci.isiao.it
Olivieri, L.M. (2008a) Hanging Rocks and ‘Intoxicating Drinks’: The Rock Art Sequence of the Swat Valley. South Asian Studies, 24, pp. 15-26.
Olivieri, L.M. (2008b) Fallstudie Swat: Die Stadt Barikot und ihr Umfeld. In M. Jansen & C. Luczanits, eds., Gandhara. Das buddistsche Erbe Pakistans. Legenden, Klöster und Paradiese pp.  294-97. Mainz.
Olivieri, L.M., ed. (forthcoming a) Archaeology of Buddhism in Swat. The Italian Experience: A Summary. In Chongfeng Li, ed., Gandhara and China (in Chinese; provisional title).
Olivieri, L.M. (forthcoming b) Painted Shelters from Swat (Pakistan) and Surrounding Areas. Recent Discovery in the frame of the AMSV Project. In Olivieri, Bruneau & Ferrandi (forthcoming).
Olivieri, L.M. (forthcoming c) Rock Shelters of the Swat-Malakand from the Bronze Age to Buddhism Materials for a Tentative Reconstruction of the Religious and Cultural Stratigraphy of Ancient Swat. Materialien zur Archäologie der Nordgebiete Pakistans. Heidelberger Akademie der Wissenschaften. Mainz.
L.M. Olivieri, L. Bruneau & M. Ferrandi, eds. (forthcoming) Picture in Transformation. Rock Art Research from Central Asia to the Subcontnent. Papers presented at the 19th EASAA Conference (Special Session and Thematic Symposia), Ravenna 2-6 July 2007. British Archaeological Reports.
Spagnesi, P. (2007) Lungo il fiume Swat. Tipi di aree sacre del buddhismo antico. In G. Cantone, L. Marcucci & E. Manzo, eds., Architettura nella storia. Scritti in onore di Alfonso Gambardella, vol. I, pp. 51-58, 538, V. Milano.
Stacul, G. (2008) Special Deposits of Miniature Vessels from Swat Chalcolithic Pits (Early/Mid 2nd Millennium BC). In E.M. Raven, ed., South Asian Archaeology. Gonda Indological Studies 15. Groningen.
Taddei M. (2008) Some Reflections on the Formation of the Buddha Image
(Appendix by F. Sferra: Kośagatavastiguhyatā). In E.M. Raven, ed., South Asian Archaeology, pp. x-xx. Gonda Indological Studies 15. Groningen.
Turco, M.G. (forthcoming) Building Techniques of the Ancient Gandhara. The Buddhist site of Tokar Dara (Swat, Pakistan). Quaderni dell’Istituto di Storia dell’Architettura.