Giordania
Missione archeologica ed epigrafica in Giordania: Il progetto Rabbathmoba e Qasr Rabbah
Ricerche archeologiche ed architettoniche. Ricostruzione delle fasi storiche di tre monumenti emergenti significativi dell’area archeologica monumentale di Rabbah, l’antica Rabbathmoba o Areopolis: 1. la chiesa paleocristiana; 2. l’edificio diocleziano; 3. la torre di età pre-classica. Indagini diagnostiche e restauro conservativo. Redazione di progetti per uno sviluppo compatibile, sostenibile e di qualità. Creazione di un Parco archeologico regionale. Musealizzazione dei materiali
Anno di inizio: 1996
Direttore responsabile: Jacqueline Calzini Gysens, archeologa
Muhammad Ali Al-Khattib, architetto
Laura Ceccarelli, archeologa
Ombretta Dinelli, architetto
Mauro Menichetti, archeologo
Roberto Sabelli, architetto
Satah Massadeh, archeologo
Finanziamenti: IsIAO; Ministero degli Affari Esteri, DGPCC Uff. V; Università degli Studi di Firenze; Università degli Studi di Salerno
Accordi: Department of Antiquities of Jordan; Università degli Studi di Firenze; Università degli Studi di Perugia; Università degli Studi di Salerno; Università di Mu’ta, Giordania; Watch NGO International
Studio e rilievo architettonico dettagliati dei resti di un fonte battesimale cristiano cruciforme emersi in occasione di una pulizia superficiale del piano di calpestio interno dell’edificio sacro o civico diocleziano.
Ripresa delle indagini nell’area della chiesa paleocristiana, le cui rovine sorgono ai margini dell’area archeologica monumentale di Rabbah, allo scopo di completare la conoscenza del monumento che nel corso della sua funzione ha subito rifacimenti notevoli e gravi manomissioni in epoca moderna. Il primo obiettivo dell’indagine è definire la cronologia della costruzione, le fasi edilizie, i tempi ed i modi dell’uso e dell’abbandono. Si intende inoltre collocare la chiesa nel contesto topografico, estendendo le indagini anche all’esterno così da esaminare le trasformazioni indotte dalla fondazione e dall’uso dell’edificio cristiano nel tessuto urbano.
Completamento dell’indagine complessiva delle rovine della torre di età pre-classica al fine di determinarne la cronologia contribuendo così al chiarimento del problema tuttora dibattuto dell’identificazione del sito tra le città del regno di Moab citate nella Bibbia.
Le ricerche pluridisciplinari che riguardano il Progetto Rabbathmoab e Qasr Rabbah svolte dalla Missione dell’IsIAO nel Regno Hashemita di Giordania, si inseriscono nel quadro di un programma di studi archeologici, architettonici, storici ed epigrafici sotto l’auspicio e in collaborazione con la Direzione Generale delle Antichità Giordane coinvolgendo studiosi italiani e specialisti locali.
Le ricognizioni nel territorio di Rabbah e di Qasr Rabbah situato sull’altopiano centrale giordano a 14 km a nord di Kerak e a 90 km da Amman sono iniziate nel 1997. Le prime missioni dedicate alla documentazione grafica ed ai saggi archeologici stratigrafici preliminari riguardano le rovine di un edificio di notevole importanza, ben conservato e localizzato a Qasr Rabbah. Si tratta di un edificio sacro prodotto dalla tradizione architettonica e culturale nabatea, edificato verosimilmente nel corso del II-III sec. d.C. e che ricorda l’impianto del tempio principale di Petra, il cosiddetto Qasr al-Bint. L’edificio denota la sua monumentalità oltre che per le dimensioni (quelle esterne sono di 27 m x 32 m, l’altezza massima conservata è di 6,18 m), anche per la possanza della costruzione e per l’imponente, anche se in crollo, apparato decorativo. Il fronte principale est della struttura è tetrastilo in antis e i resti di 4 colonne di ordine corinzio dal diametro di 1,40 m sono presenti in situ. Secondo i rapporti proporzionali l’altezza delle colonne potrebbe variare tra sette e nove volte il diametro (10,5-13,50 m). Questo pronao colonnato è inserito tra due corpi angolari sporgenti rispetto al muro di accesso, esaltandone la fisionomia e creando l’illusione della presenza di quattro torri angolari. A ca. 23 m dal fronte del monumento sono visibili i resti di una cisterna monumentale, dove probabilmente confluivano le varie canalizzazioni riscontrate all’interno ed intorno al monumento. Nei crolli e nei rifacimenti dei muri sono presenti molti elementi architettonici di notevole pregio, tra cui frammenti di un fregio monumentale decorato con girali di acanto, putti, animali e busti divini, la cui iconografia potrebbe rapportarsi a elementi del ciclo dionisiaco. All’interno del tempio, oltre alle tre celle, sono racchiusi i resti di costruzioni successive, le cui funzioni allo stato attuale delle ricerche –i cui risultati sono in corso di pubblicazione – restano sconosciute.
Nel 1999 la Missione dell’IsIAO è stata invitata dalla Direzione Generale delle Antichità Giordane a svolgere indagini conoscitive nell’area archeologica monumentale urbana di Rabbah, 4 km a sud del monumento di Qasr Rabbah e sito per il quale mancava una documentazione scientifica adeguata.
Nel presentare sinteticamente le problematiche dello scavo, le caratteristiche principali dei monumenti e i risultati più significativi già ottenuti procederemo per fasi storiche, iniziando dallo studio delle strutture emergenti relative alle ultime fasi di occupazione del sito.
L’area archeologica monumentale, parzialmente liberata dall’accumulo dei detriti ad opera della Direzione Generale delle Antichità Giordane all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, copre ca. 8.240 m quadrati e rappresenta meno di un quarto delle rovine che il geografo viennese Alois Musil poteva ancora ammirare all’inizio del XX secolo. L’impegno prioritario della Missione era prima di tutto quello di costituire una mappa topografica delle emergenze strutturali, prodotta poi dagli architetti Giovanna Battista, Francesco Ciampinelli, Ombretta Dinelli, Muhammad Ali al-Khattib, Francesca Malesani, Roberto Sabelli sotto la direzione del prof. Luigi Marino. Attualmente ben individuabili nel paesaggio urbano risultano un tratto di via a colonnato di tradizione imperiale romana, tre grandi cisterne pubbliche e diverse costruzioni monumentali in un settore di ruderi la cui funzione non è stata ancora definita. Sono stati selezionati alcuni monumenti per un primo programma di scavi archeologici portati avanti sotto la direzione del capo missione e del Prof. Gianluca Grassigli dell’Università di Perugia. Ricognizioni nel territorio di Rabbah mirate ad individuare strutture o “anomalie del terreno”, riconosciute dalla lettura in stereoscopia da alcune fotografie aeree gentilmente concesse dal Royal Jordanian Geographic Centre, sono state rese possibili grazie all’intervento di georeferenziazione effettuato dall’informatico Fabio Rossi e dalla geologa Giovanna Cecchi del Dipartimento Scienze della Terra dell’Università di Firenze. La verifica sul terreno ha portato alla scoperta di siti antichi sconosciuti, quali un tratto lungo 2 km di strada pavimentata, probabilmente di epoca romana, cave per l’estrazione di materiale litico da costruzione, sepolture ipogee di età nabatea, cisterne a forma di bottiglia e un campo quadrato di rovine, verosimilmente un campo militare romano temporaneo.
L’identificazione dei resti strutturali megalitici appartenenti a una torre isolata alle falde del villaggio moderno come possibile architettura pre-classica ha riaperto il discorso sulla fondazione storica del centro urbano nell’epoca in cui le fonti bibliche e i rari documenti epigrafici attestano le vicende del regno dei Moabiti nella regione.
Breve scheda storica
L’antica Rabbah è conosciuta dalle fonti antiche con i successivi toponimi di Rabbathmoab, Arabatha in epoca romana imperiale, Rabbathmoba e Areopolis in età tardo antica e bizantina e infine Ma’ab a partire dalla conquista musulmana araba. Rabbathmoab era localizzata, in quanto Caput Viae, lungo la Via Nova (Traiana) fatta costruire dall’imperatore Traiano all’indomani dell’annessione romana del regno nabateo avvenuta nel 106 d.C. La via pavimentata traversava la nuova Provincia Arabia da N a S e collegava la capitale provinciale Bostra (oggi Bosrah in Siria) al Mar Rosso. Nella riorganizzazione amministrativa introdotta all’inizio del IV secolo, Rabbathmoba/Areopolis viene trasferita alla neo Provincia Palaestina Tertia Areopolis ed è sede di un distaccamento militare, quello degli Equites Mauri Illyriciani. Successivamente le fonti la connotano come sede vescovile nell’organizzazione territoriale dell’autorità ecclesiale cristiana. Verso la fine del periodo bizantino, nel 634/635, è la prima città menzionata nelle fonti arabe ad arrendersi all’invasore musulmano. Il successivo periodo di transizione omayyade è prospero e tollerante come dimostra la costruzione o il restauro di chiese nella regione: la cattedrale di Areopolis è rappresentata insieme ai grandi centri dell’Oriente cristiano nei mosaici pavimentali delle chiese di S. Stefano a Ma’in (Madaba) e di S. Stefano a Umm ar-Rasas datati agli inizi dell’VIII secolo. Il terremoto del 749, storicamente documentato come uno dei più distruttivi per la regione, ha segnato probabilmente la fine dell’occupazione urbana del sito, che allora portava il toponimo di Ma’ab.
Rabbathmoab/Areopolis/Ma’ab in età tardo antica e bizantina/omayyade
I caratteri di disorganicità evidenti nelle caratteristiche delle rovine superstiti, con la presenza di numerosi spolia, richiedono approfondimenti e analisi ulteriori. Le componenti urbanistiche riscontrabili nell’assetto generale della città tra tardo antico/bizantino/omayyade nell’ultima fase di occupazione del sito evidenziano tratti di fortificazione del luogo. Se tale pratica costruttiva ha il pregio di mantenere tracce delle preesistenze determina, in un’ottica interpretativa, un’estrema difficoltà di lettura.
Lo scavo stratigrafico della Chiesa Ovest
Le rovine di un piccolo edificio monoabsidato – con una superficie di circa 13 x 22 m orientato ad E, identificato, in base alla composizione architettonica di un tipo notevolmente standardizzato, come chiesa paleocristiana – sono situate sul margine occidentale dell’area archeologica e confinanti ad est con un settore pavimentato prospiciente la strada a colonnato. Durante gli scavi, nell’ambiente sud è stata portata in luce una pavimentazione in mosaico policromo tecnicamente accurato e decorato prevalentemente con figure geometriche. Anche se conservato in maniera frammentaria, l’organizzazione generale della decorazione è riconoscibile. Il piano musivo risulta perfettamente in fase con le basi di colonne, come mostra non solo il rapporto stratigrafico, ma soprattutto la decorazione, che presenta due differenti motivi tra l’interno dell’ambiente e la porzione visibile dell’intercolumnio. Da un saggio in profondità aperto nel 2008 lungo l’attuale muro che delimita la navata della chiesa sul lato O è stato riportato in luce un altro lacerto di pavimento mosaicato, di cui è, per il momento, visibile solo una fascia larga 40 cm per una lunghezza di 2,59 m, apparentemente molto diverso da quello scoperto nell’ambiente S sia per la tecnica molto accurata della messa in posa delle tessere che per la splendida gamma di colori utilizzata. Nel motivo centrale superstite si riconosce un grande rosone dimezzato.
Indagini relative all’edificio pubblico o tempio romano di età dioclezianea (fine III-inizio IV secolo)
Si tratta di un notevole monumento di cui la facciata, unico elemento superstite, già focalizzava l’attenzione dei primi viaggiatori ottocenteschi europei nella regione. Verso l’inizio del XX secolo le antiche rovine furono incorporate nella costruzione di una casa eretta, secondo i principi dell’architettura rurale tradizionale, con l’uso di grandi archi a sostegno della tettoia.
La costruzione dell’edificio monumentale è ben datata grazie alle dediche superstiti poste sotto le grandi nicchie ai lati dell’ingresso principale, di cui si conservano poche righe in latino con i nomi degli imperatori romani Diocleziano e Massimiano (285-305 d.C.).
Poiché si tratta di una rara testimonianza d’architettura pubblica o sacra della prima età imperiale romana tetrarchia nella regione, la restituzione delle fasi originali dell’edificio rappresenta un momento decisivo della ricerca della Missione dell’IsIAO
Relativamente alle fasi posteriori alla costruzione dioclezianea, lo scavo ha portato in luce l’esistenza di un impianto idrico con due condotte in calcare bianco, una cisterna e, nel centro dell’ambiente, un’istallazione complessa ricoperta da malta idraulica tra cui una piccola vasca quadrata. In base a confronti regionali è stato possibile riconoscere nella struttura i resti di un fonte battesimale cristiano di forma cruciforme, di un tipo relativamente diffuso (come, per esempio; a Monte Nebo/Siyagha, nell’abside del cosiddetto diakonikon vecchio della basilica detta di Mosè, a Petra, nel santuario di S. Aaron sulla sommità del monte che porta lo stesso nome, e nella cosiddetta Petra Church, e nel Negev nelle chiese di Eboda/Avdod, Nessuna, Kurnub e Shivta). Questo tipo di fonte sembra aver comportato vasche che raramente superavano il metro di profondità. Il rito liturgico implicava, dunque, che il catecumeno fosse stante e adulto al momento del battesimo. L’alternanza di condotte d’acqua sotterranee e altre visibili (probabilmente d’acqua pura) in superficie rinvia anche a precetti di tipo teologico.
Scavi successivi nell’area dovrebbero completare in futuro le indagini, in particolare a S dell’edificio dioclezianeo, nella speranza di trovare ancora i resti del grande edificio la cui esistenza è segnalata dai più noti esploratori dell’inizio del Novecento, R.E. Bruennow e A. von Domascewski, e dall’epigrafista italiana Reginetta Canova negli anni Trenta del secolo scorso.
Considerazioni conclusive
Le analisi e le ricerche finora conodotte evidenziano il grande interesse che l’area archeologica di Rabbah e del monumento della località Qasr Rabbah possiedono sia in termini scientifici che di un possibile utilizzo turistico. Una valutazione dei rischi legati allo sviluppo urbanistico moderno e un progetto di conservazione preventiva include interventi di recupero e valorizzazione del sito archeologico finalizzati alla creazione di un Parco archeologico regionale. La redazione di progetti per uno sviluppo compatibile, sostenibile e di qualità, relativi agli obbiettivi sopraindicati, dovrà naturalmente tener conto del necessario rapporto con gli Enti locali, statali e di ricerca. È previsto l’utilizzo di alcune tecnologie innovative che permettano il monitoraggio dei lavori.
Jacqueline Gysens Calzini
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